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Acque

Poveri panda, ora bevono Coca Cola

accordo coca cola wwf

Mi spiace criticare il Wwf, che ha alle spalle più di 45 anni di attività a favore dell’ambiente e che ha trasformato il panda gigante nel simbolo della natura da salvare. Mi spiace, ma proprio non mi va giù l’accordo da 20 milioni di dollari che ha stretto con la Coca Cola. Quest’ultima si impegnerà a non sprecare acqua e a promuovere l’efficienza idrica nell’agricoltura. A commento riporto una frase tratta dal Programma europeo per le Alpi del Wwf, un documento di poco più di un anno fa. Questa affermazione si riferisce alle Alpi ma vale per il mondo, aggiungo io. Dice in sostanza il rapporto del Wwf: grandi società multinazionali come Coca Cola, Nestlè e Danone stanno assumendo una posizione forte nel mercato dell’acqua per assicurarsi l’accesso alla potabile, e la privatizzazione è una concreta minaccia per l’uso sostenibile delle risorse idriche.

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giu  07
6
alle 09:04
da maria

Ultimo commento:

di WWF?NoGRAZIE! il 01/1/70

dal Dossier: Associazioni (Non?) Profit
Da Corriere Economia del 22 gennaio 2007 Corriere della S...


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5 Commenti to “Poveri panda, ora bevono Coca Cola”

  1. Anonimo dice:

    la cosa drammatica è che la Coca Cola è presenti in paesi come l’India dove la scarsità d’acqua è un problema di pura sopravvivenza per milioni di persone

    in realtà del genere la presenza di realtà del genere dovrebbe essere vietata per rispetto alla vita

    considerate che nel 2004 Coca Cola ha usato 283 miliardi di litri, una quuantità d’acqua sufficiente a fornire acqua a quel 1 e 200 milioni di persone che non ce l’hanno cronicamente sul pianeta Terra

    e fino all’altro ieri Coca Cola è sempre stata nota a tutti per l’uso insostenibile dell’acqua

    in India per ogni 2,7 litri d’acqua che C/C estrae dalla terra, ne ricava 1 litro di prodotto. Che fine fanno i restanti 1,7 litri d’acqua (il 63% di quella che viene estratta)? Vengono usati per pulire le bottiglie e i macchinari, e poi affidati alle fogne. In un mondo in cui 1 persona su 5 non ha accesso all’acqua potabile

    ora, Wwf può fare le sue scelte, ma addirittura “sponsorizzare” la Coca Cola mi sembra una vergogna

    che la Coca Cola decida di migliorare la propria politica aziendale mi sembra legittimo, amche se da verificare, ma non vedo che ci debba azzeccare il Wwf

    capisco sempre meno l’operato di alcune associazioni ambientaliste :-(

  2. Lorenzo dice:

    d’accordo con emiliano…

  3. Manuele dice:

    La coca-cola possiamo farcela noi
    DA SOLI in casa:

    Guardate con estrema attenzione il video

    http://www.youtube.com/watch?v=hIdJWmZAAOM

  4. roberto dice:

    Non ho visto il video, comunque la cola da farsi da soli si chiama OpenCola. cercate su google, wikipedia e http://opendrink.org/ . Gli ingredienti non sono reperibilissimi ma vabbè…
    Però vorrei invitare tutti a fare una riflessione che impegna 1 minuto del vostro tempo: quanto è importante la coca cola nella nostra vita? così tanto da indurci a tutti i costi a trovare un’alternativa?

  5. WWF?NoGRAZIE! dice:

    dal Dossier: Associazioni (Non?) Profit
    Da Corriere Economia del 22 gennaio 2007 Corriere della Sera

    Ambientalisti Spa – Gli affari di Wwf, Legambiente & C.
    Fanno affari con grandi aziende come Tim, Vodafone, Enel e Costa Crociere. Le associazioni ambientaliste mescolano sempre di più la tradizionale attività non-profit con il business puro. E, anche in virtù di queste commistioni, la loro governance pecca spesso di opacità. L’ambientalismo italiano è un “mercato” che oggi è dominato da Wwf e da Legambiente. Oltre ai due big player, in tutto 50 gruppi si contendono tesseramenti, donazioni private e risorse pubbliche. Spesso con problemi di trasparenza: le associazioni minori non depositano nemmeno il bilancio.

    Ambientalisti sì, ma non al verde
    Partnership di marchio con aziende come Tim, Vodafone, Enel e Costa Crociere. E i più piccoli non depositano i bilanci. Ambientalisti sì, ma non al verde. Wwf e Legambiente in lotta per donazioni e quote sociali.

    Profit, non profit e conflitti d’interesse
    Sul fatto che sia un business vero, da svariate decine di milioni di euro all’anno, ci sono pochi dubbi. Quando però si cerchi di andare più a fondo, a iniziare dalle cifre erogate da amministrazioni pubbliche e aziende a favore delle associazioni ambientaliste, nonché l’uso dettagliato che queste ne fanno, le certezze svaniscono. Perché la frammentazione delle associazioni (una cinquantina riconosciute dal ministero dell’ambiente, cui si aggiungono quelle riconosciute dalle singole regioni) e dei soggetti eroganti – ministeri vari, regioni, province e comuni, oltre che le aziende private – rende impossibile risalire al valore totale delle consulenze e dei contributi.

    Numeri poco trasparenti
    E poi c’è l’aspetto contabile: le associazioni, soprattutto le piccole, hanno – o si prendono – parecchie libertà nel predisporre bilanci che non vanno depositati e in cui comunque non è sempre facile dedurre quale quota dei fondi è impiegata nell’attività naturalistica e quanto è invece va in spese non necessarie.

    Fermo restando un impegno dei singoli che talvolta sconfina nell’abnegazione, la fotografia che emerge dall’indagine di Corriere Economia nel non-profit ambientale è quella di un settore in bilico tra improvvisazione e modernità, che salvo rare eccezioni è lontano dai modelli di trasparenza e governance tipica dei trust di tradizione anglosassone. E che vive in una realtà di progetti finanziati da enti pubblici per i quali – secondo il Wwf, la principale associazione ambientalista italiana – l’assegnazione dei fondi può subire il fascino dell’influenza politica.

    Non a caso, forse, il ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio ha deciso di non finanziare più le associazioni in quanto tali, ma esclusivamente le loro attività, di ricerca, divulgazione o gestione diretta di aree protette. “Abbiamo bloccato diversi progetti che non rispondevano a questa linea di indirizzo – ha spiegato il ministro – , e ho dato disposizione affinché vi sia la massima attenzione nella valutazione dei progetti e degli obiettivi raggiunti. Un rigore che consente di impegnare al meglio le scarse risorse disponibili”.
    Una linea, comune alle gare europee ma che non sempre è condivisa da regioni, province e comuni, che restano terreno di caccia più o meno libera.

    Gruppi in concorrenza
    Così, aldilà delle dichiarazioni di facciata, le associazioni si danno battaglia: non solo per i fondi pubblici o quelli delle aziende, ma anche per conquistare la simpatia del pubblico, che porta donazioni e tesseramenti.
    Come altrimenti spiegare, per esempio, la presenza di due strutture – una del Wwf, l’altra di Cts Ambiente, parte del Centro turistico studentesco – a Lampedusa: distano pochi metri ed entrambe si dedicano alle tartarughe marine. Dopo il boom ambientalista degli anni Novanta, il mercato oggi soffre di una limitata disponibilità di fondi pubblici ma anche di un minore interesse complessivo da parte delle aziende.

    In attesa dei fondi relativi al 5 per mille che a partire dalla scorsa dichiarazione dei redditi può essere destinato alle Onlus ma di cui ancora non si conosce l’importo, importanti fonti di reddito sono il merchandising e le partnership con le aziende: operazioni, queste ultime, in cui il confine con la mera cessione dell’utilizzo del marchio è talvolta difficilmente individuabile.

    Nel 2005, per il Wwf sponsor e royalties hanno portato 1,15 milioni, che arrivano da aziende come Costa Crociere, Pomellato e Ras. “Ma siamo molto attenti nella selezione dei partner”, dicono dal Wwf. Legambiente invece le chiama attività accessorie, le collega a protocolli d’intesa per attività comuni: hanno portato 1,8 milioni da un gruppo d’aziende tra cui FS, Tim, Enel, Vodafone e associazioni come Conai. La parte più consistente dei fondi arriva dalle campagne di tesseramento, lasciti e donazioni (fino al 70% circa per il Wwf e circa terzo per Legambiente); così prendono piede tecniche di marketing anche aggressive, che poco lasciano al dilettantismo o all’improvvisazione e talvolta fanno leva su una comunicazione che per toccare le coscienze tende a toni pseudo-catastrofici.

    Affare da professionisti
    La maggiore difficoltà a raccogliere fondi sta trasformando il business del non-profit ambientale in un affare per professionisti, con strutture organizzative più efficienti, in cui il blasone non basta e chi non si adegua rischia il ridimensionamento.
    “Abbiamo 300 mila azionisti cui dar conto con i risultati” dice il segretario generale del Wwf, Michele Candotti, parlando dei soci. Oltre a Candotti, l’intera prima linea del Wwf proviene dall’esterno: 5 dirigenti – reclutati attraverso cacciatori di teste come Spencer Stuart – , che lavorano per obiettivi e sono giudicati sui risultati.
    Dal punto di vista organizzativo, il confine tra profit e no-profit è sempre più sottile e in presenza di quella che Candotti definisce una legislazione poco chiara che lascia spazio sia ad interpretazioni restrittive da parte dell’Agenzia delle entrate, sia ad interpretazioni liberali da parte di alcune associazioni, i comportamenti sono i più disparati. Si va dal rigore del Wwf ai conflitti d’interessi del Cts, passando per la quasi militanza politica di Legambiente.

    Iniziamo dal Wwf, dove il fondatore Fulco Pratesi, è alla scadenza del suo terzo, e statutariamente ultimo, mandato da presidente. Wwf ha costituito una Fondazione per controllare società di capitale che sviluppano attività commerciali o di consulenza, i cui profitti finanzieranno il Wwf tramite donazioni erogate dalla fondazione stessa. “Trasferiremo la proprietà delle Oasi ad una società, in modo da poter avviare attività agricole sostenibili”, dice Candotti.

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