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Il futuro del latte di cammella
In Russia, Kazakistan ed India spesso viene prescritto ai convalescenti, in Africa viene dato ai malati di AIDS e nei paesi del Golfo si crede abbia addirittura poteri afrodisiaci. Il latte di cammella viene considerato un vero toccasana per la salute e infatti non a caso la natura l’ha predisposto per aiutare i piccoli di cammello a sopravvivere in alcune delle zone più difficili del pianeta, i deserti e le steppe. Con un contenuto di vitamina C tre volte maggiore rispetto a quello di mucca ha infatti un alto valore nutritivo ed è ricco anche di ferro, di acidi grassi non saturi e di vitamine del gruppo B. Negli ultimi anni le richieste sono aumentate in ogni parte del mondo e c’è anche un imprenditore viennese che ha pensato, con l’appoggio della famiglia reale di Abu Dhabi, di realizzare un cioccolato al latte di cammella da esportare nei paesi del Golfo.
La produzione di questo particolare tipo di latte presenta però, una serie di problemi per la sua commercializzazione poiché è legato agli spostamenti dei pastori nomadi ed è difficilmente “irreggimentabile”. Inoltre i produttori sono spesso restii a vendere il latte che hanno in eccedenza, che secondo la tradizione deve essere tenuto da parte per gli ospiti importanti e per i poveri. Mungere latte di cammella è un’operazione molto complicata che va compiuta in equilibrio su una sola gamba superando la testardaggine delle cammelle, spesso riluttanti a cedere il proprio nettare prezioso. Per questo riuscire a produrre 5 litri di latte al giorno è considerato già un gran risultato. Esistono inoltre problemi per applicare il processo di sterilizzazione UHT per la lunga conservazione, con il quale il latte si è dimostrato incompatibile. Sembra quasi che l’ostinata resistenza di un animale abituato a vivere in ambienti limite si sia riflessa in un prodotto che forse con questo spiega le sue grandi qualità salutari. “Non vorrei suggerire l’idea di una produzione intensiva di prodotti caseari a base di latte di cammello” dice Anthony Bennett, esperto FAO di prodotti caseari ed animali “ma è certo che migliore foraggio ed assistenza veterinaria potrebbero far aumentare la produzione sino a 20 litri al giorno”. L’esperto della FAO sostiene infatti che il latte è denaro, ma visto quanto si è dimostrato pericoloso negli anni l’introduzione dei sistemi di mercato nei paesi poveri e quanti sconvolgimenti ha portato, viene da chiedersi se questo denaro valga realmente la candela per il futuro dei pastori nomadi. Leggere sulle pagine della FAO la definizione “business del latte di cammella” fa quasi venire i brividi e fa riflettere sulla necessità invece di lasciare il latte di cammella ai piccoli faticatori del deserto per evitare, come è successo per la medicina tradizionale cinese, che si finisca per creare un mercato fine a sé stesso e nel quale il denaro non rappresenta il corrispettivo equo di una ricchezza naturale, ma il segnale del suo inevitabile declino.
[via FAO]
da emiliano
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